Lo schiavo-bambola

Mie malevole consorelle, devo confidarvi un peso che mi opprime, non riesco più a nasconderlo: adoro le storie pucciose, piene d’amore, d’affetto familiare, di carità per il prossimo e di buoni sentimenti. Avrei dovuto saperlo che tutti quegli anni a guardare Heidi in tv non avrebbero portato a niente di meglio, che Anna dai capelli rossi era un veleno per l’anima.
 
Pensate che oggi, trasportata da questi sconsiderati sentimentalismi, mi sono imbattuta in una fyccy che indaga i rapporti familiari e le incomprensioni quotidiane nell’antica Roma. E’ AYAKAN, di vegigirls.
Qui, se volete favorire:
 
Il nostro protagonista pare figlio della letteratura di fine Novecento e come i suoi più grandi confratelli cartacei è un disadattato che porta una maschera di fronte alla società del suo tempo. Il fatto che non ci sia dato esattamente di conoscere gli anni in cui si svolgono i fatti deve essere indice dell’universalità che può avere il messaggio di questa storia. Ma siamo a Roma; non quella dei Cesaroni, credo, probabilmente un po’ più indietro.
Il suo nome è Nicias; sapete, in memoria della pace di Nicia, ma condito con aggettivo sassone, vezzo esotico. Come chiamarsi Anthonyo o Rebekka da queste parti.
Ma lui non è come tutti gli altri, gli dei gli avevano fatto un grande dono, quello della umanità (non ha le antenne verdi, insomma). E questo dono era per lui una grave condanna, poiché nell’antica Roma, stando alle illazioni della Vestale, se non eri stronzo, crudele e puttaniere ti chiedevano dov’è che avevi il batacchio.
Nicias si costringeva dunque a rifuggire dalle terribili abitudini di quegli anni ed aveva sempre rifiutato gli schiavi-bambola che gli regalavano i suoi amici. Un ragazzo che sa mettere in discussione gli amici per restare coerente con sé stesso mi sembra già una persona meravigliosa; in più scopriamo anche che possiede una generosità devastante: più volte aveva usato violenza su uno servo, ma non gli aveva mai fatti fustigare o torturare.
Se non è bontà d’animo questa…
Avere uno schiavo – uno! – che abbia la sola funzione di farsi inchiappettare non sarebbe solo degradante per entrambi, ma denoterebbe un imperdonabile egoismo.
Si, egoismo, signori miei. Nicias si dona al prossimo; perché dedicare il meraviglioso sé stesso ad un unico prescelto, quando ha la possibilità di rendere felici tanti ragazzi che già la vita ha voluto punire con la schiavitù? Dovrebbe anche privarli del piacere di un suo stupro?
Come diceva quella saggia ballata della nostra infanzia, fotti ragazzo laggiù! Tromba dappertutto su e giù! Rendi felici tutti gli ometti dell’umanità!
Che il mondo è bello perché è vario, eh.
 
La tragedia annunciata di Nicias si verifica in una triste mattinata estiva: dopo essersi fatto un ristorante bagno (dev’essere qualcosa di simile a un vagone ristorante), va a dare il buongiorno al padre, Mario Tulio Rione.
Dovete sapere che il buon Mario aveva seri problemi mentali che lo portavano ad essere violento e ad esigere che in casa sua si facesse quel che lui voleva. Pensate che pretesa, un pater famiglia che pensa di dettar legge. Inaudito.
Riconosco però che quest’uomo bistrattato dalla sorte e dall’autrice ha i suoi momenti di follia: “Figlio mio, ormai sei grande [e un giorno tutto questo sarà tuo, disse Mufasa] ma tu sai che io non ho nessuna intenzioni di farti sposare sino ai venticinque anni”.
Guarda, io proporrei il celibato fino ai quarantacinque, dato che ai vostri tempi si campava così a lungo.
Ma giacché il signorino non può avere una moglie, il babbo ha un regalo per lui: Mario si è detto “Toh, oggi compro un giocattolo sessuale a mio figlio!” e ha subito provveduto a fare quel che secondo lui era il bene della prole.
Si, miei infidi, è triste che un padre fatichi a comprendere il figlio fino a questo punto.
Ma dato che a papà manca qualche rotella e non gli si può dir di no, andiamo a fare la conoscenza del nostro schiavo-bambola: un efebo dal fisico glabro ed esile si mostrò a Nicias, vestito solo di un bianco gonnellino da tennista; azzardo l’ipotesi che abbia battuto Otowa di fronte a Munakata e per vendetta ella l’abbia venduto al mercante di schiavi che l’avrebbe poi ceduto alla Vestale. Al passo con la moda cinematografica, il nuovo arrivato indossa anche il parrucchino che si girano da tempo immemore Legolas, Lucius e Barbie Raperonzolo.
Apprendiamo da un informatissimo Mario che il tizio è vergine (da dove gli verrà tale certezza?) e pronto ad essere iniziato ai piaceri della carne. Nicias non riesce a rifiutare il dono, dimostrando però quanto sia seccato dalla trovata continuando a sbuffare e lamentarsi con modi da principino viziato. Ma tesoro mio, vattene da casetta se tutto ciò ti schifa a tal punto; sono certa che ci sia qualche barbaro da combattere, un po’ più a Nord.
Ma Nicias è uno smidollato e non riesce a reagire; resta muto e spaesato anche quando nota che il suo nuovo schiavo indossa una specie di collana in bronzo dalla quale pendeva una medaglietta […] e con guinzaglio.
Nicias afferra dunque il guinzaglio e trascina Fido in camera, sopportando lo sguardo dei suoi occhi selvaggi (i pinguini di Madagascar ballano il tip tap nelle sue pupille) per poi controllarne il nome sulla medaglietta. Non trovandolo e non potendo riportare Fido al canile, lo ribattezza con un nome di epica risonanza: Ajakan.
Nicias, certo che sei pressappochista, nel titolo era diverso!
Subito vorrebbe ignorarlo, ma Fido è talmente piccino e macilento (ma caro lui ç_ç) che il nostro buon protagonista vorrebbe iniziare la conoscenza abbracciandolo per tirarlo un po’ su – di morale, ovviamente, perché lui è pieno d’umanità.
Ma giacché non riescono ad interagire, i due finiscono per trasferirsi in sala da pranzo, dove ci imbattiamo in una notevole ricerca in campo storico artistico; è un peccato che la Vestale, dopo essersi tanto informata riguardo domus e triclinii, abbia lasciato alla mercé del Caso ben altri dettagli.
Il babbo però ha modi indiscreti e, mentre divora un arrosto, allunga noncurante la sinistra (ah, la mano del diavolo!) a fare pat-pat sul sederino di Fido. Non l’avesse mai fatto! Ajakan, liberandosi dai tentacoli, soffia di essere lasciato in pace, ma questo scatto di vita gli costerà caro: verrà fatto frustare, per poi essere riportato nella stanza del padroncino sanguinante e pieno di contusioni.
Questa situazione manda completamente fuori di testa Nicias, che non riesce più a pensare razionalmente perché, insomma, bisogna lavare Ajakan. E lo lascia lì? Non lo vuole! Ma deve… Può metterlo in equilibrio su un piede solo e fingere che sia parte dell’arredamento? Forse si, forse no. Magari con un’anfora in testa. E via su questa scia.
Mentre la servitù fa il bagnetto a Fido, Nicias va a strepitare da papà che però lo zittisce subito con uno scontro interiore che potremmo riassumere con la filosofia del signor Dalverme: “Io sono un genio e tu sei scemo, io sono grande e tu sei piccolo, io ho ragione e tu hai torto”.
Dando ragione al padre per non sbilanciarsi e ripetendo a se stesso che gli schiavi sono solo oggetti inutili, la feccia della feccia, va in cucina e chiede allo schiavo-chef se per favore, ma se ne ha voglia, eh!, non gli preparerebbe giusto qualcosina da mangiare, perché l’altro suo schiavo, quello col guinzaglio e di cui non gli importa nulla, non ha cenato, povero cucciolo.
In cucina tutti lo adorano (per via delle sveltine occasionali di cui si parlava all’inizio, immagino) e in quattro e quattr’otto gli preparano un po’ di carne.
Sbuffando come suo solito, come se gli avesse detto qualcun altro di farlo, Nicias va dunque a portare la pappa a Fido, lasciandogli il piatto sul pavimento e accorgendosi solo ore dopo che aveva le mani legate e non poteva mangiare.
Segue una scena dall’infinito potenziale erotico: invece di slegarlo, si siede a terra accanto a lui ed inizia ad infilargli lentamente tra le labbra i pezzetti di carne che l’altro aprì la bocca per accogliere *o* .
Non mi ha colpita tanto il fatto che usino una forchetta, stupendo oggetto affilato ed aerodinamico che da quelle parti non esisteva proprio, quanto piuttosto che pensare a quel piatto lì alla mercé delle mosche da mezza giornata rende un filino disgustoso il tutto.
Ajakan sbarrò gli occhi: da quando un patrizio imboccava un servo?
Fido, è triste per me rivelartelo, ma sei in una ficcyna; la prossima volta andrà meglio.
Datigli da bere e una grattatina dietro alle orecchie, Nicias intima ad Ajakan di star buono, perché lui ora ha intenzione di dormire, e si ritira in gran fretta perché si sente tutto scombussolato interiormente per ciò che ha appena fatto. E pare sia il momento della nanna.
Ma voi… ci credete?
Pfui.
Ha inizio un disperato gioco di sguardi furtivi che vede Nicias ossessionato dall’algida figura di Ajakan, gemente sul duro e freddo pavimento, che guarda pateticamente il cielo.
“Vieni qui con me”
Coff, lo sapevo. Tesoro, non è un fratellino minore da ospitare a ninna quando fa un brutto sogno, è un tizio assillato dal terrore che tu voglia stuprarlo.
Fido difatti è piuttosto sorpreso e imbarazzato, ma alle esortazioni del padroncino fa come gli viene detto. Nicias chiaramente chiude in bellezza maledicendo ancora una volta o due la propria straordinaria umanità, mentre l’altro cerca di analizzare i propri sentimenti: gli è grato, ma lo odia; prevedo un conturbante odi et amo per il prossimo capitolo.
E la narrazione si chiude qui, nell’attanagliante attesa che succeda qualcosa, che Nicias comprenda (come han tutti compreso da che è apparso il parrucchino biondo) quale dolce ossessione Fido sia per lui, mentre Ajakan lotterà contro i sentimenti avversi che lo abbrancano ferocemente.
Già.
Io con le originali storiche ho chiuso.
 
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21 risposte a “Lo schiavo-bambola

  1. Tutta l’abbondande inutilità della fyccina viene redente da una sola , magnifica genialata: il ristorante bagno .
    Lo voglio, ora, subito, chiamo i carpentieri perchè attrezzino la magione ad uopo, nel frattempo ho già pronta l’insegna: Il Catino delle Delizie.
    Chris

  2. Uff, è dai tempi di Ai no Kusabi che gira sempre la stessa solfa ç_ç

  3. La Vestale, secondo me, avrebbe fatto prima ad ambientarla in un night-club.

  4. Curiosità: ma quando Nicias ha detto Vieni qui con me, Ajakan era stato slegato?
    Perché se così non fosse, il buon padroncino mostrerebbe qualche segno di ritardo mentale…

  5. Vi pregherei di leggere l’originale solo per non perdere la risposta “Ok padre” del rampollo al pater famiglia.

  6. Curiosità: ma quando Nicias ha detto Vieni qui con me, Ajakan era stato slegato? -> aveva solo le mani legate, poteva vagare a piacimento per la stanza. Poi non è che ciò basti a confermare la sanità mentale di Nicias, ma è un inizio xD

  7. =.=

    Dopo aver letto il primo capitolo ho detto basta, non ce la faccio a reggere… sono debole…

    Ma come, non sai che “ok padre” era una forma comunemente usata dai nobili Patrizi dell’antica Roma, e che sono stati i Mafiosi Siciliani loro discendenti a portarla in America? ùù

    Mi resta solo da dire che almeno Ai no Kusabi presentava una certa dignità.

    Volo via! ^^

    Little Owl.

  8. Il Catino delle Delizie
    *Win muore*

  9. fotti ragazzo laggiù! Tromba dappertutto su e giù! Rendi felici tutti gli ometti dell’umanità!

    Nicias! Cuore di panna, Nicias! Ca** d’acciaio… lallalalallallalaaa…

    Hai ragione, caVaH.
    Mai più originali storiche. U.U

  10. A questo punto, rivaluto “Quo Vadis?”.
    Siamo in età imperiale o durante la Repubblica?
    Perché Nicias non fa un cazzo (ho sbagliato termine) e non presta servizio militare od impare l’arte del padre e della famiglia?
    Perché non si reca ai vari templi per rendere omaggio agli dei?
    Perché ha una casa strana, ma davvero strana?
    Perché ha quel nome assurdo?
    Pubblicherò la mazzata storica scritta in I liceo, almeno ha una sua dignità.

    *Zia Selenya*

    P.S. Le restanti domandi le piazzo all’autrice, che non ha visto manco “Il Gladiatore” U.U

  11. “fotti ragazzo laggiù! Tromba dappertutto su e giù! Rendi felici tutti gli ometti dell’umanità!”

    u.u I Gem fanno storia.

    Tra parentesi questa…cosa..è un insulto a tutti quelli che apprezzano l’antica roma.
    Ed anche a tutti quelli che fanno un minimo di ricerca prima di occupar spazio con i loro scritti.

    Come sempre sono morta dal ridere nel leggere la recensione, ma non ho avuto il coraggio di aprire l’originale.
    E qua vi saluto, insieme al fedele Puddlelton che vi prega di non provocarmi più simili attacchi di nausea, che si stanca parecchio a starmi dietro.

    Vostra sempre fedele e sempre sloggata
    CharmanteMortes

  12. Ma nemmeno Arcimboldo era tanto felice, quando ho aperto la ficcyna originale e ci ho dato un’occhiata.

    “Ok padre” diventerà il mio nuovo slogan.

    Certo che Nicias ha un bel dono degli dèi, se passa il tempo a maledirli. Non lo sa che essere blasfemi è contro il precetto “do ut des” della religione romana? La calamità colpirà la sua casa e la sua famiglia (infatti il padre è già pazzo: non fustiga abbastanza il figliolo per mancargli di rispetto ogni volta che gli compare davanti).
    Però tutto sommato questa roba non è nemmeno paragonabile alla ficcyna ispirata a Troy: ricordate Elena col vestito senza maniche e le spalline imbottite di lana? E il sigaro cubano offerto a fine cena?
    Questi sono strafalcioni semplicemente adorabili.

  13. Ma io dico, so che è difficile prendere una strada quando ci si trova davanti a un bivio nella vita, ma neanche si può pretendere di tenere il piede in due scarpe.
    O si studia la storia e si scrive un’originale storica, o si rimane pacificamente nella propria ignoranza, cosa lecita, ma si evita di scrivere certe pasqualate.

  14. Una domanda: quando a un certo punto il protagonista spera che il padre non vada a “fargli una visitina” a cosa si riferisce esattamente…? Scusate, ma visto il clima penso subito male…

  15. …paura e delirio a Las Vegas.
    “Ok papà” è una battuta degna del figlio di Cetto La Qualunque – Cettus La Qualunquis, pardon.
    Non credo che il mos maiorum approvasse tanta ostentata licenziosità, specie se omosessuale, ma riconosco che nella fattispecie questo è l’ultimo dei problemi. Il primo è Nicias.

  16. C’è Virgilio qui a Napoli che piange (singhiozza di brutto, povera anima) in un angolino della mia camera. =_=
    Abbiate pietà di lui, consorelle carissime, vi prego!

  17. “non ho nessuna intenzioni di farti sposare sino ai venticinque anni”.

    Considerata la durata media della vita nell’ antica Roma, o questo tizio era molto ottimista o era disperatamente idiota. Voto per la seconda.

    Hyena, che non ha la minima voglia di loggarsi.

  18. Terrificante, mi chiedo anche come mai l’innocente Nicias sia sprovvisto di nome gentilizio che di cognomen,come si vorrebbe da un nobile di Roma…

  19. Perchè non scrivono fyccine su Pottah o chi vogliono loro e lasciano in pace la Storia? Ho dovuto lasciare una recenzione sperando di non essere assalita da un’orda di amykette inferocite.

    cassiana

  20. Considerata la durata media della vita nell’ antica Roma, o questo tizio era molto ottimista o era disperatamente idiota. Voto per la seconda.
    Difatti la prima cosa che ho pensato è stata che il padre avesse in programma una vestalica, incestuosa storia col figlio e che fosse dunque possessivo.
    Ma poi ho letto di Fido e ho smesso di cercare un senso xD

  21. mah… onestamente al di là di qualche errore ho visto fanfic molto più brutte da criticare.

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