Archivi del mese: aprile 2008

Thanks basket – Quando tutto è un'opinione

Carissimi pennuti, la vostra civetta preferita, finita in mezzo alla strada grazie a mamma Row, si è presa finalmente di coraggio e ha deciso di esplorare i più nascosti angoli del web, alla ricerca di perle rare degne di essere menzionate. E’ stato così che, svolazzando allegramente nel Tempio ho scovato questo barroco di inestimabile valore, dal toccante titolo di “Thanks basket” [un “to” fra le due parole sarebbe stato gradito, ma le vestali sono note per scrivere in lingue a loro sconosciute, tipo l’italiano], che potete trovare qui:

http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=79116&i=1


Autrice? Tal Ran_Kotobuki, che ci introduce a quel mondo di sangue, sudore, lacrime e bonaggine che è Slam Dunk; e lo fa in un modo che noi tutte ignoriamo: non con una, ma con ben due Mary Sue (non ve lo aspettavate, ammettetelo!).

Prima di iniziare, la nostra vestale ci informa che ha deciso di aggiornare le sue fik e di cimentarsi nell’impresa di scriverne una nuova su un manga sul quale  non ho mai lavorato…Slum Dunk!!!

Che dite, la ringraziamo? Ma anche no, direi…

Bando alle ciance e passiamo al reale motivo per cui siamo qui, ammirare i pettorali torniti di Rukaw… ahem, commentare la ficcie, (o fik, che è anche più fyko).

Le nostre due giovani protagoniste sono di origine italiana e di aspetto vagamente Merisuesco: <b>Una di loro aveva dei capelli neri lunghi fino a sotto le spalle e dei profondi occhi blu. Era vestita con dei semplici jeans, un maglioncino di lana di varie sfumature d’azzurro e delle scarpe da ginnastica. L’altra aveva dei lunghi capelli mossi e biondi, con delle mesh castane [Che sono le mesh? Io ho sempre visto méches sui capelli]; e gli occhi verdi. Notare i segni di interpunzione presi a manciate e buttati a caso. C’è da dire che non sono le solite MS con gli occhi cangianti dai colori più assurdi… un plauso all’autrice per questo.

Ma continuiamo.

Le due si trovano all’aeroporto di Kanagawa [tralasciando che Kanagawa è una prefettura e non una città, ma l’aeroporto internazionale non è il Narita di Tokyo? Dettagli, ovviamente…] in attesa dei loro bagagli. La bionda, senza nome ed abituata agli aeroporti italiani, in cui non puoi distrarti un secondo che ti lasciano praticamente in mutande, comincia a sclerare già ad inizio del primo capitolo. Il motivo: teme che la propria valigia sia andata perduta. E solo perché sono in ritardo di cinque minuti cinque. Purtroppo i bagagli delle due ragazze uscirono per ultimi [e meno male. Ancora poco e stava per scoppiare un marisuesco incidente diplomatico col Giappone] .

Si guardano intorno in cerca di qualche anima pia giapponese che sia venuta a prelevarle ed a portarle a casa. E in mezzo allo stile copione che noi amiamo tanto, dove le due continuano a rimanere senza nome, spunta un certo Nigel Kamura assistente del coach della squadra del vostro futuro istituto.

Vedo due manine alzate là, in fondo all’aula. Avanti, non siate timidi. Come? Perché un giapponese dovrebbe chiamarsi “Nigel”? Perché è feeeeko, no? Altra domanda? Qual è la squadra di basket? Lo copriremo solo vivendo. OK, in realtà io non vorrei proprio scoprirlo, ma è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo (ho comunque la mia idea in proposito…). Il ragazzo, hem…come posso dire…era pelato! [un oltraggio per una vestale… tant’è che riesce a descriverlo con difficoltà] Aveva dei piccoli occhialini da vista e si agitava molto facilmente, sudando molto.

Ed è così poco vestalicamente attraente che si asciuga in continuazione il sudore con un fazzolettino.

Grazie, Plasil, ma non ho ancora bisogno del catino. Sto cercando di resistere stoicamente.

Le due che si chimano <b>Giulia Mercuri piacere! e Nadia Grimaldi piacere! [papà Piacere! Deve essersi dato molto da fare… ma non poteva guardare la TV, invece?] sono impazienti di fare qualcosa e Nigel propone loro di lasciare le valigie nel loro appartamento e di portarle a vedere l’allenamento della squadra di basket del liceo. Personalmente, dopo un viaggio di dodici ore, non mi scomoderei a vedere un allenamento a meno che non ci fosse Michael Jordan in persona, ma tant’è.

I tre salgono su di un taxi e dopo circa una mezz’oretta arrivarono nel centro di Kanagawa. Aridaje… forse non mi sono spiegata correttamente, poco fa.

*Civetta inforca gli occhiali da maestrina, srotola una mappa del Giappone, che voi potete benissimo vedere qui:

qui


e comincia a puntarla con una bacchetta di metallo*

Il Giappone è suddiviso in regioni, a loro volta suddivise in prefetture, che corrispondono alle nostre province. Questa è la prefettura di Kanagawa:



La freccia in bianco indica il centro di Kanagawa (probabilmente il nulla). Tutto chiaro, adesso? Bene.

Continuiamo.

I tre arrivano nell’appartamento, il numero 707 (Uguale a quello di Nana! NdRan) [ma quanto sono carini i commenti degli autori in mezzo ad una storia! NdCive]. Sto cercando di tenere a freno la Osaki che minaccia di pestare la vestale, se osa ancora nominare una delle due Nana in questa ficcy. Le ho suggerito di rivolgersi a Yasu, che, in teoria fa l’avvocato. Non voglio spargimenti di sangue sul blog.

Ovviamente l’appartamento è superfeekyssimo e, stranamente per noi, l’ha scelto uno dei componenti della squadra. Be’, se la squadra è quella che penso io, c’è una sola persona che avrebbe potuto farlo… cosa? Volete sapere quale squadra e quale persona? Ma per chi mi avete preso? Io non spoilero mai! Vi basti sapere che il suo cognome inizia con “K” e termina con… cough… “ogure”. Ma io non iv ho detto niente, eh.

Spiegatemi solo una cosa: perché una scuola dovrebbe sobbarcarsi le spese dell’affitto di un appartamento a delle studentesse, seppur straniere? Perché quelli giapponesi devono essere discriminati?

Inizio del secondo capitolo, aggiornato dopo ben un anno dal precedente e che vede la scomparsa, per fortuna, del tanto amato stile copione (ma non dei segni di punteggiatura messi alla cieca, quasi si dovesse leggere in braille), ritroviamo le nostre eroine ed il povero pelato che suda come un maiale, intenti, dopo un fugace pranzo consumato a terra (la scuola paga l’affitto ma non l’arredamento, la sua politica amministrativa è degna dei migliori politici italiani *O*), a visitare la loro nuova scuola.

Lo Shohoku [l’avevo capito subito. Sono una veggente! *O*]

E qui continuo a chiedermi: come può una scuola pubblica frequentata per lo più da teppisti permettersi di pagare l’affitto di un appartamento? Mah, sono sempre più perplessa.

Senza contare che Nigel è l’assistente del coach della squadra di basket (cioè di Anzai). Ma il suo ruolo, oltre ad essere il lacché personale delle due MarySue, esattamente, qual è? Come manager c’è già Ayako, che basta ed avanza.

Ovviamente le due Sue non stanno nella pelle e vogliono assolutamente osservare i giocatori. I loro intenti sono più che nobili, come spiega Giulia: “Come Manu? Non hai ancora capito? Pensa a quanti bei giocatori di basket che possiamo ammirare mentre si allenano!”

Certo, perché notoriamente i giocatori giapponesi sono alti e belli, nonché degni rivali di Michael Jordan.

Vabbè che siamo in Slam Dunk, patria dei più fighi giocatori dell’intero universo dei manga, ma, in teoria, loro due mica dovrebbero saperlo!

Avviene l’incontro con i giocatori, ovviamente tutti rigorosamente OOC, sennò che ficcy sarebbe?

Il primo approccio è con Harukina cara, tanto inutile che, anche se risultasse IC, non me ne fregherebbe granché.

Subito dopo, approfittando di una pausa, Un ragazzo alto 1.88 dai capelli rosso fuoco si avvicinava a loro. [tralasciando l’imperfetto, grazie al quale mi immagino Hanamichi che cammina verso di loro e poi adorabilmente le supera, ma quando l’hanno misurato?]

Hanamichi fa il suo ingesso trionfale da grande Tensai del Basket qual è. Un ingresso un po’ inutile, a dire il vero, mera scusa per introdurlo, ma non lo dite in giro.

Ayako, invece, ci fa finalmente capire qual è il ruolo di Nigel in tutta ‘sta farsa: “Ci sono parecchi lavoretti da sbrigare pronti per te!” [Me la immagino mentre mette in mano del poverino secchio, strofinaccio e sturacessi e gli indica i bagni dello spogliatoio maschile. E so che ne sarebbe capace, per questo la adoro *O*]

Infine c’è la presentazione degli altri personaggi [ma non potevamo evitarcela?]

Miyagi, che afferma di frequentare il terzo anno. Poi il Goril… ahem, Akagi, Kogure, e Mitsui. Quest’ultimo è talmente OOC da litigare immediatamente con una delle due (non chiedetemi quale, ormai per me sono intercambiabili). Ma ce lo vedete Mitchi a dire ad una ragazza, per quanto possa essere Sue: “No è che…stavo notando il fatto che non sei molto alta, sarai stata una mezza sega come guardia.”? Soprattutto contando che ha Miyagi in squadra. Io, no. E, se anche fosse, Akagi gli avrebbe rifilato un cazzottone così potente che la prossima volta ci avrebbe ripensato due volte, prima di aprir bocca.

Che poi, tutto nasce da un errore colossale. La vestale è pienamente convinta che Hisashi sia una guardia.

Nein!

Chiunque abbia letto il manga lo sa, Mitsui, è una seconda guardia; se volete lo chiamiamo Shooting Guard, lo abbreviamo in SG che è anche più feeeeko, ma la solfa non cambia; la guardia o Point Guard o Playmaker (PG o PM… bello dissertare di basket *_*) è cosa ben diversa.

Che poi sia stato nominato MVP (per i nuovi: Most Valuable Player) non ricordiamoglielo, sennò si monta la testa.

Infine, ammiriamo l’unico giocatore ancora non apparso, abbastanza IC da sbattersene di tutte e due le straniere, ma non tanto da fare immediatamente breccia nel cuore di una delle due (quale, nin zo). Di chi sto parlando?

Ma del mio adorato Kaede Rukawa! Che, per inciso, nella ficcy frequenta il secondo anno.

*Civetta si asciuga un rivolo di bava all’angolo della bocca*

ALT! FERMI TUTTI!

Mi sovviene un dubbio atroce. Ma, se alla fine del manga Rukawa (e, di conseguenza Sakuragi) sono al primo anno, Miyagi è al secondo e Mitsui, Akagi e Kogure sono al terzo,  cazzarola ci fanno questi ultimi tre nella ficcyna?

Capisco Mitchi, che a scuola non era proprio un genio, e che magari è stato bocciato (ho delle riserve sul farlo stare in squadra, comunque), ma il Gorilla e Quattrocchi? Mi rendo conto che, visto il lavoro che la vestale ha fatto con Nigel l’assistente (de che?), sarebbe meglio evitare, ma inventare qualche altro personaggio in sostituzione dei tre?

Come? Poi come farebbe una delle due Merisù a farsi Mitsui? Ottima domanda, non ci avevo pensato…

Comunque, dopo un invito di Hanamichi per bere qualcosa insieme andato a buca, ed una delle due che rimane folgorata dal gioco di Mitsui (non è una novità), termina il secondo capitolo.

Al prossimo anno per il prosieguo.

Sapete com’è, ormai delle Sue non posso fare a meno.

 

 

Harmony a Hogwarts – Prima parte

Da quando le Mary Sue sono diventate una piaga comune nel mondo della scrittura amatoriale ne abbiamo viste veramente di tutti i colori, e non metaforicamente: more, bionde, rosse, alte, piccine, ma tutte, incredibilmente, dotate di seni sodi, chiappe di marmo e curve al posto giusto (manco fossimo all’autodromo di Imola).

Quella che oggi e in una serie di puntate successive vi propongo per ora non pare avere feeeeeeenomenaaaaaali poteeeeeeri coooosmici, ma in compenso è in grado di introdurre ai piaceri della carne anche un professionale, retto (non l’intestino), cinico e piacevolmente sadico docente quale il professor Snape.

Signori, signore, dobbiamo rassegnarci a questo triste fatto. Una Mary Sue può volare senza scopa, cambiare il colore degli occhi e sedurre l’algido Snape.

Fermi tutti.

Ci deve essere un errore.

Possibile? Snape illibato (forse), Snape totalmente devoto a Lily, Snape così perfido e severo, eppure coraggioso e incorruttibile… Siamo dunque allo sbaraglio, dobbiamo arrenderci alla mancanza di punti fermi, di certezze? Dobbiamo dedurne che la mamma non è sempre la mamma, che chi va con lo zoppo non impara a zoppicare e che la lana a novanta gradi non si restringe?

Non è ancora detta l’ultima parola, miei valorosi amici. Seguitemi, e vedrete che non ci sarà nulla da temere, perché il Bene trionferà, come sempre.

Dlindlon. Comunicazione di servizio. L’utenza è informata che la storia è classificata come NC-17. Preghiamo gli amici minorenni di allontanarsi dallo schermo, o esso li fagociterà. Dlindlon.

 

Potete trovare qui una cronaca fedele dell’accaduto: http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=196450.

 

Lilian è una bellissima, sensualissima, provocantissima studentessa (insomma, l’ennesima Sue) che durante l’ora di Pozioni ha la brillante idea di farsi i casi suoi (possiamo dedurre che sia toppo intelligente per ascoltare la lezione, oltre al fatto che dichiaratamente odia Snape. Ricordatevi questo particolare, lei lo odia). Snape la guarda come per incenerirla e la rimprovera aspramente. Ecco. Fissate questo momento nella memoria, perché sarà l’unico, e dico, l’unico momento in cui tale personaggio sarà IC.

Non sia mai! “Ma è il mio compleaaaaaaaannnnooooooo!”, frigna mentalmente la gattamorta, che ne compie diciotto, giusto per aggirare il regolamento che vieta rapporti espliciti fra professori e alunni minorenni. E che, come se non bastasse, ha la fantastica idea di replicare, giusto per sottolineare che LEI è fyka e anticonformista e non si fa problemi a rispondere male all’intero corpo docente.

Snape, come ci si aspettava, si altera e le assegna una punizione non meglio definita: “Dopo cena, nel mio ufficio. Subito dopo il banchetto, bella topolona”.

No, spè, questo l’ho aggiunto io, ma nel contesto non avrebbe stonato.

 

La fighissima Lilian (spero che il nome almeno sia preso a caso, non potrei sopportare una versione porno della mia dolce Lily) si reca dunque in serata all’ufficio di Snape:

Dopo questione di attimi la mia mano prese il sopravvento e due tocchi esplosero dalla porta.

Hem, si. Il fatto che la mano prenda il sopravvento mi inquieta non poco, dato che ciò sembra preludere uno sviluppo torbido della vicenda. I tocchi sono bombe a mano, ve lo rammento, e questo amore è una camera a gas.

Snape, che nel frattempo si è trasformato in Gola Profonda, la invita sensualmente ad accomodarsi. Nell’ufficio, eh, per i doppi sensi andremo alla pari dopo.

Indossavo la solita orrenda uniforme della scuola, ma era sbottonata con sotto una maglietta scollata e aderente, in modo da mettere in mostra le mie forme, e avevo mossi capelli rossi che precipitavano fino ai miei seni alti e prorompenti.

Seno alto, seno bluuuuuuu….

Snape  ammira tutto quel ben di Dio in maniera assolutamente sconveniente (almeno per noi zitelle sessualmente insoddisfatte), “Mioddddio-Quanto-Sono-Sgnacchera” se ne accorge, e mentalmente ne gode.

Eh, già. Anch’io se un professore con naso adunco e i capelli unticci mi guardasse nella scollatura sarei felice e realizzata come dopo una gita all’Italia in Miniatura. Ma tant’è.

E poi, ricordiamoci ciò che abbiamo detto prima: LEI lo odia. E notoriamente se si odia qualcuno si cerca di portarselo a letto. Non l’avete mai fatto? Allora siete delle vecchie e frigide zitelle represse, (anche se siete uomini, beninteso) proprio come me, che personalmente credo che l’introspezione psicologica di questa ficcyna sia più o meno quella di un fumetto di Tiramolla. Ma torniamo alla storia.

 

Troviamo ora un dialogo surreale fra alunna e insegnante, durante il quale la bella manza prende ad accavallare le gambe e a fare altre mossette equivoche, di cui abbiamo una diapositiva:

la mia mano che si massaggiava innocentemente in petto, nelle vicinanze del mio seno caldo e pungente.

Vola, vola, vola vola, vola l’ape Maia
gialla e nera nera e gialla, tanto gaia…

A Snape sta per venire un coccolone, non ce la fa più. E noi lo capiamo, povera stella, non è facile resistere ai tentacoli di una Sue arrapata.

Avevo paura! Paura che da un momento all’altro la mia voglia di giocare maliziosamente avesse causato la mia fine.

A casa mia la chiamiamo “troieggio”, comunque… Che cosa teme la nostra sgnaccherona? Che il prof le salti addosso? Ma non è quello che vuole? Oppure teme che la punisca ulteriormente? Ma soprattutto: Che senso ha questa frase? Che senso ha tutto questo?

Pare che il momento solenne sia giunto: Snape si avvicina, la Sue freme, Snape la blocca, la Sue protende le sue labbrone canottose,  Snape si avvicina… E poi si allontana. Sarà rinsavito? Avrà sentito al vocina della sua coscienza, modello Grillo Parlante? Avrà sentito la puzza di fiori, garofano e cannella che la Sue sprigiona? No, signori. Vuole semplicemente conservare il bocconcino per la sera seguente.

 

Il giorno dopo, a lezione e, successivamente, a pranzo, Snape non fa altro che fissare la cara ragazza, che a un certo punto ne ha piene le tasche e se ne va a passeggiare per i corridoi del secondo piano. Tutta sola. Furbissssssssima. Mi ricorda tanto le protagoniste dei film horror, che si cacciano sempre in un pasticcio andando ad aprire porte che non devono essere aperte, saltellando per i boschi dove si aggirano serial killer e trovandosi casualmente a cogliere violette nei pressi del castello del conte Vlad a mezzanotte. Delle complete deficienti, insomma.

OVVIAMENTE un’ombra la insegue e, al momento più opportuno, la abbranca. (Che vi avevo detto?)

Noi, che pure siamo arguti come un intero stormo di quaglie, non ci mettiamo molto a fare due più due e a capire chi sia il losco figuro. Ma la Sue no. Ella si crogiola nel dubbio. “Chi sarà mai che mi palpa il sederino? Di chi sarà mai questa voce così calda e sensuale che mi parla all’orecchio? Sarà forse il salumiere? Il tecnico della caldaia? Il metalmeccanico dell’angolo?”

Finchè, la rivelazione: “Sarà mica Snape?”

 

E qui il dubbio mi ha assalita.

Passi la voce calda e suadente (magari aveva una laringite). Passi la punizione nell’ufficio (anche miss Umbridge puniva gli studenti nelle proprie stanze). Passino anche le occhiate furtive a lezione (magari è stato colto da uno spasmo nervoso).

Ma l’inseguimento per i corridoi con annesso tentativo di stupro, no. Possibile che il nostro Snape si comporti in questo assurdo modo? E dire che l’OOC non è segnalato! Qui c’è qualcosa che non va.

 

Poi però ho pensato… fermi tutti, ma questo non è Snape. Infatti! Non è lui! Questo è il fantastico, il mitico, l’unico…

L’UOMO OMBRA!

Tattatà-tatatatà-tatàààà!

Ah, beh. Allora non ci son problemi.

Visto, amici? Anche per oggi il Canon è salvo.

 

Vi concedo qualche secondo per tirare un sospiro di sollievo e asciugarvi il sudore dopo questo attimo di suspance.

 

Ma non vi rilassate troppo: sta per arrivare il bello. Non posso non citare, qui, perché il momento è assolutamente catartico: Snape/Cavaliere Mascherato e la Sue si scambiano un appassionato bacio, a seguito del quale, fra lingue danzanti e mani palpeggianti, avviene ciò:

La sua calda striscia l’apprendevo fremere nella mia mentre le sue grandi mani mi accarezzavano il corpo…

Ormai è assodato che Snape “versione ficcyna” abbia dei badili al posto delle mani. Ma… La calda striscia? Cos’è, quella che si usa per fare la ceretta? Quella della carta moschicida? Si accettano scommesse.

E dopo tre quarti d’ora di slinguazzamenti la Sue pensa bene di scappare. Complimenti per il tempismo.

 

Fine primo tempo, signori. A risentirci dopo la pubblicità-tà-tà-tà-tà.

 

Ringrazio Half- Blood Rose per il titolo di questa recensione e per la preziosa segnalazione, e Odiolarow per il betaggio.

Lo schiavo-bambola

Mie malevole consorelle, devo confidarvi un peso che mi opprime, non riesco più a nasconderlo: adoro le storie pucciose, piene d’amore, d’affetto familiare, di carità per il prossimo e di buoni sentimenti. Avrei dovuto saperlo che tutti quegli anni a guardare Heidi in tv non avrebbero portato a niente di meglio, che Anna dai capelli rossi era un veleno per l’anima.
 
Pensate che oggi, trasportata da questi sconsiderati sentimentalismi, mi sono imbattuta in una fyccy che indaga i rapporti familiari e le incomprensioni quotidiane nell’antica Roma. E’ AYAKAN, di vegigirls.
Qui, se volete favorire:
 
Il nostro protagonista pare figlio della letteratura di fine Novecento e come i suoi più grandi confratelli cartacei è un disadattato che porta una maschera di fronte alla società del suo tempo. Il fatto che non ci sia dato esattamente di conoscere gli anni in cui si svolgono i fatti deve essere indice dell’universalità che può avere il messaggio di questa storia. Ma siamo a Roma; non quella dei Cesaroni, credo, probabilmente un po’ più indietro.
Il suo nome è Nicias; sapete, in memoria della pace di Nicia, ma condito con aggettivo sassone, vezzo esotico. Come chiamarsi Anthonyo o Rebekka da queste parti.
Ma lui non è come tutti gli altri, gli dei gli avevano fatto un grande dono, quello della umanità (non ha le antenne verdi, insomma). E questo dono era per lui una grave condanna, poiché nell’antica Roma, stando alle illazioni della Vestale, se non eri stronzo, crudele e puttaniere ti chiedevano dov’è che avevi il batacchio.
Nicias si costringeva dunque a rifuggire dalle terribili abitudini di quegli anni ed aveva sempre rifiutato gli schiavi-bambola che gli regalavano i suoi amici. Un ragazzo che sa mettere in discussione gli amici per restare coerente con sé stesso mi sembra già una persona meravigliosa; in più scopriamo anche che possiede una generosità devastante: più volte aveva usato violenza su uno servo, ma non gli aveva mai fatti fustigare o torturare.
Se non è bontà d’animo questa…
Avere uno schiavo – uno! – che abbia la sola funzione di farsi inchiappettare non sarebbe solo degradante per entrambi, ma denoterebbe un imperdonabile egoismo.
Si, egoismo, signori miei. Nicias si dona al prossimo; perché dedicare il meraviglioso sé stesso ad un unico prescelto, quando ha la possibilità di rendere felici tanti ragazzi che già la vita ha voluto punire con la schiavitù? Dovrebbe anche privarli del piacere di un suo stupro?
Come diceva quella saggia ballata della nostra infanzia, fotti ragazzo laggiù! Tromba dappertutto su e giù! Rendi felici tutti gli ometti dell’umanità!
Che il mondo è bello perché è vario, eh.
 
La tragedia annunciata di Nicias si verifica in una triste mattinata estiva: dopo essersi fatto un ristorante bagno (dev’essere qualcosa di simile a un vagone ristorante), va a dare il buongiorno al padre, Mario Tulio Rione.
Dovete sapere che il buon Mario aveva seri problemi mentali che lo portavano ad essere violento e ad esigere che in casa sua si facesse quel che lui voleva. Pensate che pretesa, un pater famiglia che pensa di dettar legge. Inaudito.
Riconosco però che quest’uomo bistrattato dalla sorte e dall’autrice ha i suoi momenti di follia: “Figlio mio, ormai sei grande [e un giorno tutto questo sarà tuo, disse Mufasa] ma tu sai che io non ho nessuna intenzioni di farti sposare sino ai venticinque anni”.
Guarda, io proporrei il celibato fino ai quarantacinque, dato che ai vostri tempi si campava così a lungo.
Ma giacché il signorino non può avere una moglie, il babbo ha un regalo per lui: Mario si è detto “Toh, oggi compro un giocattolo sessuale a mio figlio!” e ha subito provveduto a fare quel che secondo lui era il bene della prole.
Si, miei infidi, è triste che un padre fatichi a comprendere il figlio fino a questo punto.
Ma dato che a papà manca qualche rotella e non gli si può dir di no, andiamo a fare la conoscenza del nostro schiavo-bambola: un efebo dal fisico glabro ed esile si mostrò a Nicias, vestito solo di un bianco gonnellino da tennista; azzardo l’ipotesi che abbia battuto Otowa di fronte a Munakata e per vendetta ella l’abbia venduto al mercante di schiavi che l’avrebbe poi ceduto alla Vestale. Al passo con la moda cinematografica, il nuovo arrivato indossa anche il parrucchino che si girano da tempo immemore Legolas, Lucius e Barbie Raperonzolo.
Apprendiamo da un informatissimo Mario che il tizio è vergine (da dove gli verrà tale certezza?) e pronto ad essere iniziato ai piaceri della carne. Nicias non riesce a rifiutare il dono, dimostrando però quanto sia seccato dalla trovata continuando a sbuffare e lamentarsi con modi da principino viziato. Ma tesoro mio, vattene da casetta se tutto ciò ti schifa a tal punto; sono certa che ci sia qualche barbaro da combattere, un po’ più a Nord.
Ma Nicias è uno smidollato e non riesce a reagire; resta muto e spaesato anche quando nota che il suo nuovo schiavo indossa una specie di collana in bronzo dalla quale pendeva una medaglietta […] e con guinzaglio.
Nicias afferra dunque il guinzaglio e trascina Fido in camera, sopportando lo sguardo dei suoi occhi selvaggi (i pinguini di Madagascar ballano il tip tap nelle sue pupille) per poi controllarne il nome sulla medaglietta. Non trovandolo e non potendo riportare Fido al canile, lo ribattezza con un nome di epica risonanza: Ajakan.
Nicias, certo che sei pressappochista, nel titolo era diverso!
Subito vorrebbe ignorarlo, ma Fido è talmente piccino e macilento (ma caro lui ç_ç) che il nostro buon protagonista vorrebbe iniziare la conoscenza abbracciandolo per tirarlo un po’ su – di morale, ovviamente, perché lui è pieno d’umanità.
Ma giacché non riescono ad interagire, i due finiscono per trasferirsi in sala da pranzo, dove ci imbattiamo in una notevole ricerca in campo storico artistico; è un peccato che la Vestale, dopo essersi tanto informata riguardo domus e triclinii, abbia lasciato alla mercé del Caso ben altri dettagli.
Il babbo però ha modi indiscreti e, mentre divora un arrosto, allunga noncurante la sinistra (ah, la mano del diavolo!) a fare pat-pat sul sederino di Fido. Non l’avesse mai fatto! Ajakan, liberandosi dai tentacoli, soffia di essere lasciato in pace, ma questo scatto di vita gli costerà caro: verrà fatto frustare, per poi essere riportato nella stanza del padroncino sanguinante e pieno di contusioni.
Questa situazione manda completamente fuori di testa Nicias, che non riesce più a pensare razionalmente perché, insomma, bisogna lavare Ajakan. E lo lascia lì? Non lo vuole! Ma deve… Può metterlo in equilibrio su un piede solo e fingere che sia parte dell’arredamento? Forse si, forse no. Magari con un’anfora in testa. E via su questa scia.
Mentre la servitù fa il bagnetto a Fido, Nicias va a strepitare da papà che però lo zittisce subito con uno scontro interiore che potremmo riassumere con la filosofia del signor Dalverme: “Io sono un genio e tu sei scemo, io sono grande e tu sei piccolo, io ho ragione e tu hai torto”.
Dando ragione al padre per non sbilanciarsi e ripetendo a se stesso che gli schiavi sono solo oggetti inutili, la feccia della feccia, va in cucina e chiede allo schiavo-chef se per favore, ma se ne ha voglia, eh!, non gli preparerebbe giusto qualcosina da mangiare, perché l’altro suo schiavo, quello col guinzaglio e di cui non gli importa nulla, non ha cenato, povero cucciolo.
In cucina tutti lo adorano (per via delle sveltine occasionali di cui si parlava all’inizio, immagino) e in quattro e quattr’otto gli preparano un po’ di carne.
Sbuffando come suo solito, come se gli avesse detto qualcun altro di farlo, Nicias va dunque a portare la pappa a Fido, lasciandogli il piatto sul pavimento e accorgendosi solo ore dopo che aveva le mani legate e non poteva mangiare.
Segue una scena dall’infinito potenziale erotico: invece di slegarlo, si siede a terra accanto a lui ed inizia ad infilargli lentamente tra le labbra i pezzetti di carne che l’altro aprì la bocca per accogliere *o* .
Non mi ha colpita tanto il fatto che usino una forchetta, stupendo oggetto affilato ed aerodinamico che da quelle parti non esisteva proprio, quanto piuttosto che pensare a quel piatto lì alla mercé delle mosche da mezza giornata rende un filino disgustoso il tutto.
Ajakan sbarrò gli occhi: da quando un patrizio imboccava un servo?
Fido, è triste per me rivelartelo, ma sei in una ficcyna; la prossima volta andrà meglio.
Datigli da bere e una grattatina dietro alle orecchie, Nicias intima ad Ajakan di star buono, perché lui ora ha intenzione di dormire, e si ritira in gran fretta perché si sente tutto scombussolato interiormente per ciò che ha appena fatto. E pare sia il momento della nanna.
Ma voi… ci credete?
Pfui.
Ha inizio un disperato gioco di sguardi furtivi che vede Nicias ossessionato dall’algida figura di Ajakan, gemente sul duro e freddo pavimento, che guarda pateticamente il cielo.
“Vieni qui con me”
Coff, lo sapevo. Tesoro, non è un fratellino minore da ospitare a ninna quando fa un brutto sogno, è un tizio assillato dal terrore che tu voglia stuprarlo.
Fido difatti è piuttosto sorpreso e imbarazzato, ma alle esortazioni del padroncino fa come gli viene detto. Nicias chiaramente chiude in bellezza maledicendo ancora una volta o due la propria straordinaria umanità, mentre l’altro cerca di analizzare i propri sentimenti: gli è grato, ma lo odia; prevedo un conturbante odi et amo per il prossimo capitolo.
E la narrazione si chiude qui, nell’attanagliante attesa che succeda qualcosa, che Nicias comprenda (come han tutti compreso da che è apparso il parrucchino biondo) quale dolce ossessione Fido sia per lui, mentre Ajakan lotterà contro i sentimenti avversi che lo abbrancano ferocemente.
Già.
Io con le originali storiche ho chiuso.